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3月1日

Odio gli indifferenti

Da quanto tempo non scrivo più niente su questo blog. Stasera  sono qua.
Siamo in campagna elettorale...non sono contenta di come vanno le cose. Poca passione, tanta sfiducia, delusione e scetticismo sul fatto che le cose possano cambiare.
 
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio g
li indifferenti” (Antonio Gramsci)
 
 
1月5日

Mi non vao a combatar

"Mi no vao a combatar" è un modo di dire tipico delle mie parti.
In tempi recenti è stato abusivamente usato come slogan pacifista da alcuni gruppi, è diventato anche il titolo di un cd contro la guerra, ma è una forzatura dell'autentico significato.
"Mi non vao a combatar" lo dice il Veneto chiuso nel proprio "particulare".
Indifferenza, egoismo.
Non siamo tutti così. " A combatar" ci vanno in molti...
12月28日

identità regionali?

In treno, pochi minuti prima di scendere a Padova. Sulla porta alcuni giovani, con la sigaretta spenta in mano, pronti ad accenderla appena scesi. Sono siciliani, pugliesi, toscani. Tornano al lavoro dopo essere stati a casa per Natale. Nelle loro parole il rimpianto per quello che hanno dovuto lasciare e l'orgoglio di avercela fatta. Una ragazza dichiara: Io non potrei vivere in un posto diverso dalla mia città, sono di Firenze. Lo dichiara con fierezza, mi viene da dirle: Chi credi di essere, Lorenzo il Magnifico? Sei nata a Firenze per caso, che hai da vantarti? Una ragazza siciliana parla di quanto ami il mare e quanto  non sopporti la nebbia. Borbotto tra i denti: Credi che noi ci divertiamo a guidare senza vedere a tre metri?  Uno di Bari dice: Senza di noi quassù non ce la farebbero, se mi guardo intorno vedo tutti meridionali.Sorrido tra me...istintivamente sono irritata, poi penso: al loro posto parlerei allo stesso modo. I loro figli saranno veneti, o meglio non si porranno più il problema.
12月11日

confini?

Stabilire confini e chiusure è assurdo dappertutto,ma qui poi...è sempre stato un luogo di passaggio.
Abbiamo subito invasioni e conquiste da tutti: i nostri antenati paleoveneti pare provenissero dalla Turchia, poi sono arrivati i Romani: in molte parti della pianura veneta è ancora visibile nel tracciato delle strade l'antico graticolato. Poi celti, unni, longobardi, tedeschi...
I leghisti rivendicano per noi un'origine celtica. Io, con tanti antenati diversi, ho deciso di scegliermeli. Preferisco i romani, sapevano scrivere e si lavavano di più.
Questa terra è stata profondamente segnata dalle ultime due guerre. Dal Piave in su è tutta una trincea, un bunker, un cimitero.
Tutta la pedemontana veneta è costellata da cippi e lapidi: a ogni albero è stato impiccato un partigiano, migliaia di morti oggi dimenticati.
12月9日

anticorpi

La mia terra è malata.
Cellule impazzite, virus contagiosi che si chiamano avidità, egoismo, chiusura verso gli altri.
Una malattia subdola che per manifestarsi usa un linguaggio che parla al cuore e alla pancia: parole come identità, tradizione, vengono usate come clave da sbattere in faccia d un nemico immaginario.
Per fortuna ci sono anche robusti anticorpi: hanno nome e cognome, le facce pulite e il  cervello lucido.
Si chiamano Paolini, Meneghello, Zanzotto, Rigoni Stern...e tanti altri.
Vengono dopo Berto, Parise, e prima ancora Goldoni, Ruzante...
A prima vista, attenzione, si possono confondere: l'accento è lo stesso, l'amore per la terra, il rispetto per un passato di guerra, fame, povertà, lo sguardo tenero ai boschi, ai fiumi e alle città, possono ingannare.
Ma se questa terra si salverà lo dovrà a loro: a coloro che ne fanno un punto di partenza per abbracciare il mondo, per conoscerlo ed accoglierlo. A chi ha radici profonde e rami lunghissimi, carichi di frutti.
 
 
12月7日

Ricordo del professor Mario Volpato

Tutti conoscevano Mario Volpato.

Al liceo come in città, non passava inosservato.

Non solo per la figura imponente, che solcava i corridoi a passi lunghi e veloci, carico di borse, libri, carte, appunti, e ovviamente l'immancabile microfono con amplificatore per non stancare la voce nelle sue lunghe e appassionate "spieghe". Volpato era una figura grossa, ingombrante ovunque.

Lasciava il segno in aula, dove riusciva a tenere bande di adolescenti in tempesta ormonale incollati alle sue labbra, concentrati sul pensiero di Hobbes, su quello di Marx o sulla Riforma Protestante come sulla trama di un film o di un libro. Ore di "spiega", come diceva lui, passate a trasmettere a generazioni di studenti le idee e la storia dell'umanità, a illuminare di passione e fantasia testi greci e documenti contemporanei, a seminare il dubbio metodico e la ragione dialettica nelle menti spesso refrattarie di centinaia di liceali.

Le interrogazioni, i compiti, i voti sul registro non erano altro che corollari, eseguiti con scrupolo e comprensione, a un percorso realmente educativo. Niente di più distante dallo stereotipo del professore distaccato e svogliato, che arriva, recita la lezioncina e se ne va. Ogni "spiega" era un monologo teatrale, in cui trasparivano una passione e una fantasia che non potevano non affascinare.

Ma Volpato lasciava il segno anche fuori dall'aula: in Consiglio di Classe, in Consiglio d'Istituto, durante le frequenti controversie fra studenti, docenti e dirigente, lui c'era sempre, pronto a mettere la stessa passione e la stessa rigorosa ragione al servizio di tutti, esercitando senza sosta la faticosa arte del dialogo, senza rinunciare alla polemica, anche accesa, quando ce ne fosse bisogno.

Per i suoi studenti era un punto di riferimento, anche finita la scuola. Bastava passare sotto casa, suonare il campanello e lo si trovava pronto: per un approfondimento storico o filosofico, per un dibattito politico, per un bicchiere in compagnia, per mettere la sua esperienza al servizio dellle ideee e dell'impegno civile dei giovani castellani. Queste idee e questo impegno sono ciò che resta di Mario Volpato, professore.

                                                                                                                                          (Lorenzo)

Chiedi pure, "foresto", qui non manca niente.
Vuoi una città favolosa che nasce dall'acqua, "un sogno di qualli che puoi comperare"? Vuoi  montagne coperte di boschi, dalle forme fantastiche e dai nomi leggendari? Vuoi città, ville, fiumi?
Sono sicuro che non ci tieni, "foresto", a girare per un pianura tutta cemento, giardini e tir puxzzolenti, ma abbiamo anche questa.
Quattro milioni di formiche che corrono come pazzi per portare a casa ogni sera il loro chicco di grano.
Forse per capirci dovrai ricordare, "foresto", che altri quattro milioni di noi vivono fuori, dove i loro padri e nonni sono andati a cercare da vivere.
Prova a ricordarlo, questo, foresto: di quando la fame ci ha cacciato via  da lei.
Siamo tutti ben riconoscibili appena apriamo bocca. Nessun veneto perde mai l'accento. Nessun veneto rinuncia a parlare la sua lingua se può.
 
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